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8월 10일 Abbi paura, NinoMentre torno a casa col sacchetto della spesa passo davanti al vecchio campo di calcio del paese. Il rettangolo di terra arida e polverosa sembra sabbia, per quanto poco ci rimbalza il pallone; dopo la sterpaglia c'è una fila di tribune, oggi inagibile, dove un anno andai a guardare le stelle con una ragazzina (avevamo quattordici anni, quattordici). Da qualche parte c'è una baracca con l'acqua corrente, sempre fredda, e sono gli spogliatoi. In mezzo al campo stanno giocando, anche se sono solo le 5 e c'è un caldo boia; in mezzo al campo si riconosce indistinguibile la figura di Zico. Zico ovviamente non è il giocatore originale, il campione degli anni'80 dell'Udinese e del Flamengo; il terreno di gioco probabilmente si squarcerebbe se ci camminasse lui. Zico è Giovanni Zichinotti, memoria storica e orgoglio del paese, un giovanotto di quasi cinquant'anni; e si che in questo posto non accade mai nulla, e io qui passavo anche tre mesi all'anno ai tempi della scuola dell'obbligo, e insegnarono anche a me le sue cose. Era tale Zichinotti un ragazzo pari pari ai teppisti che mi rovinavano i giorni qui quando ero bambino, segaligno, scuro, ignorante come una capra, spaccone e borioso come gli adulti che vedeva nelle sue case del suo paese. In occidente però accade una cosa strana, cioè che ogni giorno nei campi si lanciano palloni, e attaccati a quei palloni ci sono i sogni, le ansie e i rimpianti di tutti. Ecco, lui i palloni li lanciava benissimo, faceva delle cose che erano poesia, dicevano. La poesia in realtà un calciatore non la vede neanche da lontano. Io li ho visti da vicino, i calciatori; e sono una cagnara, un branco di animali sudati e cattivi, affamati, io li ho visti i loro sguardi, sguardi di bestie, prostrate dall'allenamento e dalla fame, ottusi dalla boria e dal rumore, dalla gente sugli spalti. Io le ho viste queste persone, sono bestie, altro che poeti. Comunque il ragazzino era bravo e qui le persone non hanno molto da fare, cosicché cominciò a correre e a giocare, e così per giorni, per mesi e per anni, anche col freddo e con la pioggia. Quando sbocciarono i suoi sedici anni era tirato a lucido, forte il giusto, reattivo, ben assettato sulle gambe. Il vento disegnava i profili del torace nello spasmo della corsa, nelle magliette dai colori sgargianti della moda dell'epoca. Zico segnava a ripetizione e dedicava i gol alle ragazzine del paese, che oggi sono signore spesso in carne e vestite di nero. A un certo punto il pallone cominciò ad andare esattamente dove voleva lui. Fu in quel momento che gli fecero firmare un contratto quelli della Sampdoria, e lo spedirono a Genova. A questo punto la storia si biforca, si sfilaccia e si sovrappone in diecimila e più versioni. Genova è una città grande, e nel porto ci sbarcano persino i negri; c'era una ragazza che gli aveva detto di no; c'era la paura delle cose più grandi che scioglie i sorrisi sicuri di questi cafoni, che guardo compatendo le loro teste brillantinate; fatto sta che dopo un anno e poche cartoline Zico tornò rispedito in patria esattamente come l'avevano mandato, solo diverso. Negli occhi non c'era più la fame di un tempo, la guasconeria e la forza. Tutto si era annichilito. due rughe segnavano gli occhi, la fronte più bassa di una volta, gli scarpini tirati sempre e comunque a lucido, per abitudine. Da allora Zico ha giocato un terribile numero di finali e vinto uno sconfinato numero di coppe e di trofei di quartiere. Si è trovato un lavoro vero e piano piano gli si è sgonfiato il petto, e gli si è rilasciato il ventre. Ancora oggi lo si vede in mezzo a quel campo, stretto nelle sue colorate magliette di un tempo, attillate dai profili di una moda che non c'è più, oppure fasciato nel poliestere economico delle casacche di chissà quale torneo provinciale. I numeri 10 sulle spalle piano piano si staccano, a furia di lavaggi. I compagni lo sopportano a malapena, quando prova a saltare qualcuno più giovane di lui, magari bravino, e allora lui si incaponisce, riprova, questo bambino di cinquant'anni con lo sguardo triste, cade a terra, sputa, ci riprova, ricade e allora tu pensi che forse forse sono solo storie, che non era così bravo, e che magari si è inventato tutto e a Genova era andato ad imbarcarsi o chissà. Solo ogni tanto, sotto il cielo plumbeo di questo paese, Zico alle volte si coordina, prende bene la mira e da distanze siderali si dipanano delle parabole di perfetta geometria, perfette come i ricordi dell'infanzia e le aspirazioni dei ventenni; e allora per un istante soltanto sul vecchio campo torna a crescere l'erba, e mentre i fili si allungano le gradinate traboccano di gente, e i riflettori e gli sponsor e i cronisti dei giornali, tutti ammirati mentre quel pallone rotea dell'effetto che solo i calciatori sanno imprimergli, e mentre sale e discende noi tutti possiamo rimanercene beati a sperare che il miracolo si compia, e i nostri sogni si realizzino, e che le donne siano più buone con noi, e più tranquille. E poi magari qualche vecchio scarpone sbaglia lo stop, e la palla si allontana in fallo laterale. 댓글 (1개)
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