Alfonso's profileAlfonso P. PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
October 05 Perchè sono andato a bere il vino dei castelli al posto di manifestare.Domani, che per Voi lettori sarà oggi, o ieri, o chissà, non andrò alla manifestazione indetta dalla Federazione della Stampa per la libertà della suddetta. Non comprerò il mio biglietto, niente fermate di metropolitana, niente slogan e sberleffi. E si che avrei potuto incontrare qualche ragazza, e dopo andarmene al Mac Donalds. Sarebbe stato un pomeriggio simpatico, sessantottino; mi sarei inebriato nell'odore di sudore e colonia dozzinale, di cappotti di pensionati, di stole da maestrine, mi sarei fatto trasportare dalla forza e dalla foga della folla, avrei cantato, urlato e mi sarei sentito potente, importante, utile. Mi sarei immaginato come un bravo cittadino a sostegno delle istituzioni. Avrei avuto la coscienza a posto. E invece no. Mi perderò Saviano, la Dandini (suppongo), Santoro, e tutti i notabili che ci si aspetta di vedere a questi eventi. Non ci saranno nell'ordine: i punkabbestia coi cani, i rasta, le bottiglie di Peroni da 66 cl; quegli odiosi tipi dei centri sociali che raccolgono soldi facendo spettacoli di giocoleria e ti chiedono sempre l'accendino; Le ragazze coi dreadlocks e i cani senza museruola; i vecchietti che una volta votavano PCI e si lamentano dei tempi andati; i comunisti al caviale e le loro pretese intellettuali. Mi mancherà tutta questa gente, ma resisterò. Proverò a spiegare con qualche parola i miei perché. Innanzitutto, è irritante pensare che in Italia vi sia un monopolio della Libertà. Dovete ancora spiegarmi per quale motivo i combattenti per la libertà hanno sempre la bandiera rossa, stanno sempre a sinistra, hanno sempre i toni dimessi dei cani bastonati, e hanno tutti quanti la coscienza inquieta e lo stipendio fisso. Voglio capire perché devo andare a protestare in favore di giornali che drenano i soldi di mio padre, che ha sempre pagato le tasse, per stampare montagne di carta che nessuno legge, e che si reggono sui contributi dello Stato. Quasi tutti i giornalisti che protestano a fine mese riscuotono stipendi pagati con i soldi delle tasse. In un paese postmoderno i periodici dovrebbero provare a mantenersi senza contributi: allora si che in Italia comincerebbero a parlare di attentato alla democrazia. La verità è che si chiuderebbero testate-fantoccio che continuano a stampare cose che nessuno legge e nessuno vuole. Berlusconi non ha bisogno di chiudere Liberazione; questo perché Liberazione fallisce, ciclicamente, ogni due o tre anni, e dunque sa chiudersi benissimo da sola. Voglio capire perchè devo andare a protestare in favore di un Ordine dei Giornalisti, una cricca di persone che per farmi lavorare pretenderà da me e dai miei coetanei fatiche assurde in cambio di una tessera ridicola, di un patentino di libertà, di un certificato di buona grammatica. I giornalisti in Italia sono una casta, non meno di farmacisti, avvocati, notai, et cetera, e non ho voglia di urlare a favore di coloro i quali smetteranno di sorridere, quando io, che non sono nessuno, chiederò di diventare come loro. Voglio realizzare come sia possibile che la libertà di stampa sia in pericolo se questa gente continua a stampare giornali, a tenere in piedi siti internet, a condurre programmi sulla televisione di Stato, ad avere contratti milionari. Voglio capire come sia possibile che i politici a sinistra abbiano rapporti così stretti con i giornalisti, perché i talk show siano continuamente gremiti di politici, come batterie di un pollaio, anche quando le registrazioni si effettuano durante le sessioni parlamentari, e teoricamente lorsignori avrebbero altro da fare che ciarlare in televisione. Queste persone che combattono per noi devono spiegarmi perchè abitano in centro, e quale resistenza combattono indossando bei vestiti, e da quale nemico si difendono se vanno in giro impettiti per la strada, e Signori miei, questo non è populismo, questi sono contratti collettivi nazionali. Voglio capire perchè, se vado contro questa gente, sono necessariamente illiberale, o meglio ancora, visto che il termine si usa sempre, fascista, questa specie di marchio o spauracchio che non ci siamo scrollati di dosso in sessant'anni di democrazia, questa specie di vizietto del Paese. Voglio capire perchè la gente ha tutta quest'ansia di essere pro o contro i fascisti. Voglio capire a che servono e a chi servono i fascisti. Ho bisogno di comprendere perché sia così comodo impiegare schemi così lontani dalla contemporaneità, perché si debbano continuare a usare le parole e i pensieri che questa gente ha imparato da giovane. Siamo l'unico Paese al mondo dove io che ho vent'anni ho bisogno di imparare le novità di trent'anni or sono; siamo l'unico Paese occidentale dove i ventenni stanno andando a protestare in favore dei vecchi, e di quello che i vecchi pensano. Se c'è un problema di libertà in questo paese, allora chi ho votato, visto che in Parlamento ci sono almeno 3 forze politiche, oltre a una miriade di partiti e partitini che aspettano fuori al Palazzo come cani affamati? A che serve il Partito Democratico, e come mai se vince le elezioni non risolve mai il nodo del rapporto tra politica e televisione? Forse perchè le nomine alla Rai fanno comodo? Dovrei protestare in favore di una televisione governata con i piedi, nella quale l'organico è doppio perchè c'è il turnover dopo le elezioni? Dovrei urlare e sbracciarmi per difendere l'ennesimo feudo dei posti fissi e degli stipendi per pochi? Ma a me chi mi difende? Ma a me chi mi rappresenta? Ma un concorso per entrare in Rai lo bandiranno mai, o continueranno ad assumere senza concorso come fatto sinora? Queste sono le domande ben più importanti che mi porgo, mentre mi affaccio dal balcone, in questo quartiere sonnecchiante, ai margini della rivoluzione senza sangue, della guerra senza spari, degli scontri senza morti. Nel piazzale sotto il mio palazzo una bambina insegue una palla, mentre la nonna la guarda in apprensione: chissà cosa pensano loro, chissà quanto gliene importa. In Italia ci sono dei problemi, ma non saranno i promotori di questa iniziativa a superarli. Non saranno loro perché questa gente non promuove la Libertà, promuove la propria libertà. Queste persone torneranno a tacere, se e quando vinceranno le forze di sinistra. Tornerà il silenzio su un sistema nel quale l'accesso all'informazione è sempre condizionato. Staranno zitti al prossimo giro di nomine. Daranno un placet al nuovo direttore del Tg1. Saranno contenti di fare quello che fanno. Si sentiranno eroi. Intanto l'Italia va sempre più in basso. La Tv di Stato è una tv politica, decisa dalla politica, lottizzata dalla politica, nella quale il conflitto di interessi è bipartisan, nel quale la proprietà dei mezzi di informazione e delle imprese è indissolubilmente legata agli schieramenti a destra, a sinistra, al centro. In Italia si è fatta un'operazione culturale spaventosa: si è confusa la terzietà dell'informazione con una pretesa neutralità; motivo per il quale tutti i giornalisti o sono grigi o sono di parte, e dunque hanno una colpa. Per questo motivo tutti sono rimovibili, e tutti continuano a lavorare: non si può cacciare chi pensa, perché altrimenti dovrebbero andare via tutti. L'informazione è troppo importante per non metterci le mani; nessuno pensa che una persona possa autonomamente avere delle idee, o avere una professione politica senza la tessera di un partito, o di essere indipendente pur essendo schierato, di esprimere la propria, di criticare un governo inerte o un'opposizione beota. Povero Vittorini! E' questo il risultato della malafede che serpeggia tanto a destra quanto a sinistra! E' questa l'espressione di partiti ormai autoreferenziali; schieramenti non rappresentano più la gente. Pur di prendere voti, i valori della Democrazia, che dovrebbero essere condivisi da tutti, sono diventati terreno di scontro politico: è questo il cancro del Paese. Domani al corteo non ci vado; non sarà Marco Travaglio a dirmi che è tornata la libertà in tv. August 10 Abbi paura, NinoMentre torno a casa col sacchetto della spesa passo davanti al vecchio campo di calcio del paese. Il rettangolo di terra arida e polverosa sembra sabbia, per quanto poco ci rimbalza il pallone; dopo la sterpaglia c'è una fila di tribune, oggi inagibile, dove un anno andai a guardare le stelle con una ragazzina (avevamo quattordici anni, quattordici). Da qualche parte c'è una baracca con l'acqua corrente, sempre fredda, e sono gli spogliatoi. In mezzo al campo stanno giocando, anche se sono solo le 5 e c'è un caldo boia; in mezzo al campo si riconosce indistinguibile la figura di Zico. Zico ovviamente non è il giocatore originale, il campione degli anni'80 dell'Udinese e del Flamengo; il terreno di gioco probabilmente si squarcerebbe se ci camminasse lui. Zico è Giovanni Zichinotti, memoria storica e orgoglio del paese, un giovanotto di quasi cinquant'anni; e si che in questo posto non accade mai nulla, e io qui passavo anche tre mesi all'anno ai tempi della scuola dell'obbligo, e insegnarono anche a me le sue cose. Era tale Zichinotti un ragazzo pari pari ai teppisti che mi rovinavano i giorni qui quando ero bambino, segaligno, scuro, ignorante come una capra, spaccone e borioso come gli adulti che vedeva nelle sue case del suo paese. In occidente però accade una cosa strana, cioè che ogni giorno nei campi si lanciano palloni, e attaccati a quei palloni ci sono i sogni, le ansie e i rimpianti di tutti. Ecco, lui i palloni li lanciava benissimo, faceva delle cose che erano poesia, dicevano. La poesia in realtà un calciatore non la vede neanche da lontano. Io li ho visti da vicino, i calciatori; e sono una cagnara, un branco di animali sudati e cattivi, affamati, io li ho visti i loro sguardi, sguardi di bestie, prostrate dall'allenamento e dalla fame, ottusi dalla boria e dal rumore, dalla gente sugli spalti. Io le ho viste queste persone, sono bestie, altro che poeti. Comunque il ragazzino era bravo e qui le persone non hanno molto da fare, cosicché cominciò a correre e a giocare, e così per giorni, per mesi e per anni, anche col freddo e con la pioggia. Quando sbocciarono i suoi sedici anni era tirato a lucido, forte il giusto, reattivo, ben assettato sulle gambe. Il vento disegnava i profili del torace nello spasmo della corsa, nelle magliette dai colori sgargianti della moda dell'epoca. Zico segnava a ripetizione e dedicava i gol alle ragazzine del paese, che oggi sono signore spesso in carne e vestite di nero. A un certo punto il pallone cominciò ad andare esattamente dove voleva lui. Fu in quel momento che gli fecero firmare un contratto quelli della Sampdoria, e lo spedirono a Genova. A questo punto la storia si biforca, si sfilaccia e si sovrappone in diecimila e più versioni. Genova è una città grande, e nel porto ci sbarcano persino i negri; c'era una ragazza che gli aveva detto di no; c'era la paura delle cose più grandi che scioglie i sorrisi sicuri di questi cafoni, che guardo compatendo le loro teste brillantinate; fatto sta che dopo un anno e poche cartoline Zico tornò rispedito in patria esattamente come l'avevano mandato, solo diverso. Negli occhi non c'era più la fame di un tempo, la guasconeria e la forza. Tutto si era annichilito. due rughe segnavano gli occhi, la fronte più bassa di una volta, gli scarpini tirati sempre e comunque a lucido, per abitudine. Da allora Zico ha giocato un terribile numero di finali e vinto uno sconfinato numero di coppe e di trofei di quartiere. Si è trovato un lavoro vero e piano piano gli si è sgonfiato il petto, e gli si è rilasciato il ventre. Ancora oggi lo si vede in mezzo a quel campo, stretto nelle sue colorate magliette di un tempo, attillate dai profili di una moda che non c'è più, oppure fasciato nel poliestere economico delle casacche di chissà quale torneo provinciale. I numeri 10 sulle spalle piano piano si staccano, a furia di lavaggi. I compagni lo sopportano a malapena, quando prova a saltare qualcuno più giovane di lui, magari bravino, e allora lui si incaponisce, riprova, questo bambino di cinquant'anni con lo sguardo triste, cade a terra, sputa, ci riprova, ricade e allora tu pensi che forse forse sono solo storie, che non era così bravo, e che magari si è inventato tutto e a Genova era andato ad imbarcarsi o chissà. Solo ogni tanto, sotto il cielo plumbeo di questo paese, Zico alle volte si coordina, prende bene la mira e da distanze siderali si dipanano delle parabole di perfetta geometria, perfette come i ricordi dell'infanzia e le aspirazioni dei ventenni; e allora per un istante soltanto sul vecchio campo torna a crescere l'erba, e mentre i fili si allungano le gradinate traboccano di gente, e i riflettori e gli sponsor e i cronisti dei giornali, tutti ammirati mentre quel pallone rotea dell'effetto che solo i calciatori sanno imprimergli, e mentre sale e discende noi tutti possiamo rimanercene beati a sperare che il miracolo si compia, e i nostri sogni si realizzino, e che le donne siano più buone con noi, e più tranquille. E poi magari qualche vecchio scarpone sbaglia lo stop, e la palla si allontana in fallo laterale. December 23 bohIdealmente quando mi metto a scrivere mi riallaccio alla grande tradizione contemporanea (poveri loro). In realtà scrivo poco e male, e quando mi danno un assegno di solito lo svolgo in maniera frettolosa e di controvoglia, però sono fatto così, mi dicono che sono bravo, e tutto sommato anche Balzac, Verlaine e non so quant'altri scrivevano solo perchè erano poveracci coperti dai debiti.
Condizione generale per la scrittura è il distacco. Quando le cose che accadono hanno te per protagonista manca sia il tempo che il coraggio per fermarsi a raccontare. Poi manca la distanza. Immaginate una sera, dopo alcuni bicchieri di qualche modesto alcolico, di ritrovarvi abbracciati a una qualche ragazza, magari una compagna di corso o una segretaria della porta a fianco, pensate di concretizzare quello che avete fantasticato mentre giravate con l'asticella di plastica il solito caffè da due soldi. Che pensate che raccontereste? Le cose sono tutte troppo stupende quando accadono perchè noi le vogliamo. Poi il giorno dopo direste che le gambe sono storte. Che il culo è troppo largo. Che si seni stanno già scendendo. E addio magia. Se tutti potessero raccontare istantaneamente quello che fanno, il mondo sarebbe pieno di descrizioni estatiche di pizze margherita, di spaghetti alla carbonara e di agnolotti col ragù. Poi ci sarebbero romanzi appassionati sui vestiti delle vetrine e, dalle ore 23 in poi, profluvi di pagine sui seni di attricette troppo sciatte per essere ricordate. Poi ci sono i libri sulle ragazze appena incontrate. Quelli esistono per davvero, però è un'altra storia. Molte delle cose straordinarie in realtà sono di una banalità sconcertante. Prendete l'amore. Un ragazzo si innamora di una ragazza, oppure più semplice, un ragazzo scopa con una ragazza. Quante volte accade nei palazzi in cui abitiamo? Credete davvero che i ristoranti romantici, i filmetti dalla lacrima facile e il ciarpame che si vende nei negozi sia prodotto solo per noi? Tutti quei Baci Perugina ucciderebbero chiunque. November 21 Il Liam Brady della Carta Stampata
Mi si chiede un articolo sulle abilità richieste dal mondo del lavoro. Ad uso del lettore, si sappia che l’età che indosso mi rende impossibile aver già visto, ma mi offre tutto lo spazio per congetturare.
Il mondo del lavoro è una specie di enorme sottoscala nel quale si mescolano alla rinfusa professionalità di vario tipo, e nella confusione generatasi alcuni soggetti – le imprese – rilevano e acquistano le individualità nel mucchio. Una simile definizione rende tutti noi mortali, soggetti alle scelte degli uffici risorse umane, come tanti giocattoli sulle mensole di un grande magazzino, ognuno con le sue scatole di pvc, i propri cartoni colorati, le proprie promesse di efficienza e puntualità. Siamo sospesi sulle nostre grucce di metallo degli espositori, sbattendo gli uni agli altri al minimo colpo di vento, in attesa che qualcuno di decida ad acquistarci.
Le università producono enormi blister dai quali, schiacciando con forza le singole capsule, escono giovani studentucci di Dostoevskij con i capelli arruffati e le Converse. Il sogno di unitario individualismo prodotto dalla civiltà occidentale – peculiare soggettività, esclusività delle emozioni, particolarità delle espressioni – è puntualmente disatteso in ogni aula concorsi e in ogni sala d’attesa. La verità è che siamo uguali, uguali, uguali, uguali, conformi in ogni nostra iniziativa e appiattiti chi dallo splendore dell’ideologia, chi dai pacchetti rilucenti dei vestiti e dei cellulari. La verità è che siamo puntualmente intercambiabili, riassumibili in monte e ridistribuibili senza variazione del risultato, scartabili in ogni momento. La verità è che il lavoro di un uomo non vale niente, perché è il lavoro di tutti, e con esso la vita dell’uomo non vale niente, perché è la vita di tutti.
Le persone al Corviale si svegliano – lo stesso a viale del Tintoretto, nei blocchi del Laurentino, all’ Eur, nei grandi palazzi del Razionalismo – stanze, dopo stanze, dopo stanze, dopo stanza, tapparelle che si sollevano, odore di chiuso ed esalazioni del caffè – ognuno ha la sua storia che è speciale ed ordinaria, e talmente piccola da non poter essere riportata; cravatte da due soldi si annodano mentre le scarpe si allacciano e le serrature si richiudono, e milioni di automobili sopite nei parcheggi si fanno strada tra gli scooter e le tangenziali e nello stridore delle autoradio del mattino si ode in alto il Mattutino del capitalismo. Mostri di metallo e di credito al consumo si contendono il passaggio; mareggiate di auto aziendali e di moto in leasing trasportano facce tutte identiche ai grandi e cupi templi della produttività, del valore contingentato e dei minuti operati con raziocinio.
Elevarsi (dalla putredine) dell’ordinario: farsi scegliere per un lavoro interessante.
I lavori interessanti sono di tre tipi: intellettuali, variegati, autonomi. Questa è una valutazione personale. I lavori interessanti sono di tre tipi : manuali, ripetitivi, dipendenti. Questa è un’altra valutazione personale. Non si può scegliere tra l’una e l’altra per la semplice ragione che queste valutazioni si basano su giudizi soggettivi, non sindacabili. Si può aspirare ad essere pittori, liberi professionisti, o a farsi ingabbiare nei quadri di un’azienda, o arruolarsi nell’esercito e aspettare la tromba inesorabile ogni mattina, alle 6. Si può ritenere che la carriera e la mobilità siano degli elementi stimolanti nella vita, ma ciò non toglie che qualcuno possa godere del posto fisso e dell’inutilità irreversibile del tempo. Si può ritenere che la libertà e l’autonomia siano valori preferibili in un’ottica individuale, ma la valutazione è sempre soggettiva e insindacabile: nessuno può imporre ad un altro cosa fare della propria vita. Non è possibile perciò trovare un modello standard, una scala di ciò che è meglio, dato l’eccessivo peso della preferenza di ognuno.
Ogni individuo dovrebbe ricevere un orientamento in grado di renderlo cosciente del se lavorare – opportunità residuale, ma sempre concessa – e del come lavorare, interpretando dunque i sentimenti e le aspirazioni. La ricerca di una qualche felicità allora è possibile in presenza di un obiettivo, valutazione che nel mondo del lavoro è troppo spesso lasciata ai singoli, spaventati, sballottati, impauriti e poi iscritti in facoltà universitarie perché più facili, o per sentito dire. La selezione di individui competenti passa attraverso la scelta di persone appassionate, che trasformino il quadro desolante sopra descritto in un mondo ideale di opportunità e realizzazione; non è il lavoro a scegliere le persone, ma il contrario, e sarebbe più sensato che i ragazzi venissero seriamente indirizzati per le loro inclinazioni, piuttosto che essere fustigati da obblighi parentali o da scelte dettate da insicurezza o precoce disillusione.
Tocca prepararsi.
Non è una grande novità che il mondo premi i migliori. I buoni fisici, i bravi avvocati, gli ingegneri affidabili popolano e si spera continueranno a popolare questo pianeta. La crisi economica non cambia i criteri di selezione, ma strozza gli ingressi. Le banche non assumeranno per un po’, ma resto persuaso che non cambieranno i criteri di selezione. Lo stesso può dirsi per le università. Le istituzioni non cambiano, al massimo può cambiare il contesto; e il mondo, salvo essersi reso conto di aver vissuto a credito negli ultimi cinque o sei anni, non ha cambiato direzione. Ecco allora che il nostro sistema scolastico continua a preparare poco: non lo fa perché c’è la crisi, ma perché da almeno quindici anni i programmi non sono più al passo coi tempi, e la qualità è andata perdendosi.
L’uomo vive ed esiste perché è un è un grano di sale disciolto in una società. Nel male, è uno di tanti. Nel bene, ha tanti per sé. Se ne deduce che per ottenere il meglio dalle relazioni siano necessarie buone comunicazioni. La scuola italiana, che ha avuto la brillante idea di sprofondare in una livellata mediocrità negli ultimi trent’anni, ha perso di vista l’obiettivo del leggere, scrivere e far di conto. La cosa preoccupante della generazione di cui mi fregio di appartenere, non è la mancanza di idee, ma l’assoluta mancanza di esprimerle tramite adeguata punteggiatura, periodi ipotetici, congiuntivi trapassati, Nessuno è obbligato a diventare un grande oratore o uno scrittore di fama, ma persino nelle facoltà universitarie dove le parole vivono e si riproducono si è più in grado di partorire frasi di senso compiuto. L’aspetto grottesco di tanta vicenda è l’emergere nei curricula dei candidati di improbabili manifestazioni di “skill verbali”, “capacità di scrittura”, “abilità logico-espressive”, che non stanno a indicare master in scrittura creativa, corsi di retorica o di dizione, ma un minimo sindacale di consecutio. Davvero è una scuola ai minimi termini, quella nella quale è affidato al buon senso delle persone costruire il proprio parlare e il proprio scrivere.
Il dramma dell’incomunicabilità cresce in maniera esponenziale quando le capacità di farsi ascoltare aumentano in maniera tangibile. Le nuove tecnologie ci impongono la padronanza delle stesse; quando queste ci consentono di vivere e lavorare con persone del mondo, ecco che l’italiano non basta più, e almeno il ricorso all’inglese diventa inevitabile. Posto che l’inglese in Italia viene insegnato a un livello pessimo, un’altra ovvietà per ottenere un vantaggio competitivo è : bisogna conoscere almeno una lingua straniera. È questa una tristissima pensata; di internet e di inglese il mio Paese continua a saperne troppo poco.
Leggere, scrivere e far di conto, possibilmente in più di una lingua, costituiscono dunque le abilità basilari sulle quali un uomo costituisce il suo successo. Alcune scienze delle relazioni umane, nonché gli uffici del personale di mezzo mondo sono pervenuti all’innovativa soluzione, secondo la quale è meglio assumere un bravo ragazzo nell’impresa, rispetto a un poco di buono. La distinzione si opera facendo il riferimento ad una serie di eteree abilità, astratte da ore di osservazioni e ricerche sperimentali: le soft skills.
Skill è un termine inglese. Come tutti i termini inglesi viene di solito impiegato a sproposito per creare formule carbonare dietro alle quali si nascondono concetti pressoché elementari – in questo caso, la parola sta a signifcare abilità. Soft Skills, l’uso cioè di un aggettivo inglese accanto a un sostantivo inglese, sta ad indicare la sforzo di qualche professore di allungare l’elenco delle proprie pubblicazioni, inventandosi una definizione – in questo caso abilità “morbide”, date per abilità dure il saper risolvere una matrice, o l’orientarsi in un codice civile Le soft skills individuano le capacità ulteriori della persona, abilità che pur se esogene rispetto al corso degli studi costituiscono in realtà il nerbo della personalità di un uomo, la sua capacità di adattarsi ai problemi, di interagire in un sistema, di collaborare col prossimo suo. L’homo novus della società moderna non aspira solo al summa cum laude, ma deve avere anche il massimo dei voti in motivazione del gruppo e in empatia – il massimo della valutazione in empatia, migliorare la propria empatia, fare un corso di empatia, avere un attestato in empatia, andare dal fotografo a farsi fotografare l’empatia.
Una sommaria ricerca in una nota enciclopedia elenca tra le soft skills “Buone maniere, Gentilezza, Apertura, Pazienza, […], Senso dell'umorismo […] autodisciplina: sapersi dare scopi e motivarsi a raggiungerli. Una volta sezionato e descritto l’animo umano lo splendore positivista del redattore si premura di confortarci perché nulla è perduto, e che le nostre skill deficitarie possono essere migliorate con allenare con “metodi esperienziali in seminari ad hoc”. E’ veramente questa una frase carica di una speranza quasi commovente, che porta con sé l’idea di migliorare noi stessi. E dietro queste parole c’è l’illusione di potere in ogni tempo migliorare e diventare i primi nella vita prima che nel lavoro, la voglia irresistibile di tutti noi di essere perfetti, e di assomigliare al cinema. É questo l’obiettivo che ci viene proposto nel tempo contemporaneo, di essere non solo più bravi, ma anche più buoni, e poiché nella nostra società viene detto che ogni sogno è possibile, allora possiamo aspirare non soltanto a completare tutte le equazioni differenziali o a conoscere ogni recesso del fegato umano, ma anche a misurare la Qualità, a migliorare la nostra leadership, ad accrescere il nostro problem solving, a migliorare la nostra empatia, e addirittura potenziare la nostra self esteem, che è quella cosa che lascia librare in alto il nostro animo quando da adolescenti chiediamo alla bella di turno di ballare, solo per un po’, seguendo il ritmo di una canzonaccia melensa, abbozzando i passi di danza che nessuno ci ha insegnato, inebriandosi del battito di un amplificatore, cingendo una vita languida.
November 10 (2)Nasco in una città piena di nulla, nel profondo niente, in un giorno di inverno di poderosi anni '80. Sono cresciuto negli agi ovattati della provincia, lasciando che le piccole esperienze di un minuscolo posticino mi sorreggessero e abbandonando ogni competizione. Ora abito in una grande città del mondo e faccio l'università. Lontano dalle spalline corpose e dai Dire Straits e da tutto ciò che mi ha generato, riscopro nel ripartire quanto sia piccolo e nulla, in confronto alla grandezza del mondo. Allo stesso tempo, ogni tanto ritrovo la misura di qualcosa di immenso, magari quando riesco ad andare a letto con una e l'abbraccio con un trasporto, che una relazione da poco non merita. Poi tutto passa, quando infiliamo le nostre mutande colorate, i vestiti di forme sempre strane, e mi affaccio al davanzale, cercando di comprendere il mio destino in questo perenne andare, in questo farsi e disfare. November 08 (1)passo un tempo forse eccessivo, alla mia finestra. Oggi mi hanno telefonato da casa; in un paese che ormai è lontano mia cugina si sente pronta a partorire. Avrò un nipote, di nuovo, o meglio una nipote, una bambina già stupenda di nome ***, come quell'angelo di mia zia. Non è il primo parente che nasce, e non saranno i miei primi battesimi, i miei primi regali e le mie prime feste. Ma forse questa sarà la prima a non conoscermi; la prima persona che non mi vedrà, ai tempi delle sue prime parole, e dei piccoli passi, e delle sfide piccole e grandi che il crescere importa a tutti. Però per lei sarò il cugino lontano. Con gli altri ho fatto ancora in tempo a farmi conoscere, e a farmi desiderare. Questo perchè io ormai non esisto; questo perchè il tempo che passo a casa, tra le mie cose è minore di quello che spendo qui. Studiare all'università lontana è una cosa che non dispiace, anzi; per una volta puoi essere libero di fare pasticci in cucina, di lasciare che la polvere che si accumuli, di portare le ragazze in camera e di aspettare il mattino e le sue luci, senza paura. Ma poi la gente torna. Poi un treno si ferma - che scena romantica - ne scende un ragazzo con un sacco in spalla, o una macchina si ferma e uno che è quasi un signore ormai si affretta a tirar fuori le valigie, a ringraziare l'amico che l'ha portato sin lì, e poi corre ad abbracciare la famiglia, e ricomincia. Quando fai l'università sapendo che tornerai godi ogni singolo momento che vivi nel tuo campus, o nella tua via, o nella tua soffitta, o nel tuo appartamento. Stringi legami sapendo che te ne andrai. Trovi tua moglie e decidi di portarla da te. Ma un altro conto e sapere di non tornare. E'una forma morbida dell'emigrare,e sinceramente non so come facciano questi calabresi, questi siciliani e questi senegalesi e ceyloti (cingalesi?) e filippini, che stanno a migliaia di ore e di euro da casa loro, e vedono i parenti per natale,e fanno grandi fagotti per l'estate. November 06 Gente che se lo può permettere.!Quando ci fu un 5 maggio, ci mettemmo d'accordo con il servizio di vigilanza della CGIL e ci mettemmo d'accordo così: prima quelli del movimento li picchiavano loro, poi ce li davano in braccio e li picchiavamo noi. Gloriosi tempi di Lama! (Vivaci e reiterate proteste dai banchi dell'opposizione).
Sì, perché io sono stato il Ministro dell'interno di tre Governi di solidarietà nazionale! (Vivaci proteste dai banchi dell'opposizione)."
Francesco Cossiga
(Estratto dal resoconto stenografico della seduta n.080 del 29-10-2008 - in integrale qui )
August 22 CitazioneA volte di sera in birreria incontro un ragazza e le chiedo “Che lavoro fai?” Lei: “Estetista. E tu?” Io: “ Spacco i protoni per Carlo Rubbia” Lei s’innamora duro. July 26 STRONZATEViolano i diritti umani. Bestemmiano in continuazione. Espropriano le terre, i pozzi petroliferi. Violentano le donne. Diffondono i batteri. Stuprano i bambini. Preparano l’atomica. Derubano le vecchiette. Dirottano gli aerei e li buttano sulle torri altrui. Non vanno a messa. Fanno le guerre in Paesi che non sono i loro. Mia nonna ha paura, ai semafori. Minacciano i palestinesi. Rapine in villa, come se piovesse. Minacciano Israele. Integrazione si, ma a casa vostra. Trucidano la gente in Sudan. Infedeli. Si scannano a Timor Est. Ladri. Stampano troppa moneta in Mozambico. Incivili. Uccidono la libertà di stampa a Mosca. Ci rubano il lavoro. Fanno esplodere le bombe. Non è il mio Dio, quello. Fanno esplodere i palazzi. Il prossimo potrei essere io. Fanno esplodere i conflitti. Ammazzano. C’è sospetto verso gli stranieri. Proprio brutta gente, quelli lì. Da circa cinquemila anni, il mondo sembra aver preso una brutta piega. Mal’aria. Due modeste riflessioni sul ruolo della Salute nel sistema del diritto internazionale, e sulle conseguenze perverse alle quali può portare, tenendo in considerazione la natura sostanzialmente malvagia dell’animo umano. Di Alfonso Parziale Giacché la moda culturale dei mesi che vanno da gennaio a giugno di questo anno si è orientata verso una odiosa considerazione dell’altro (rampante xenofobia, singolare razzismo, psicosi da lavavetri, tisi da vucumprà), all’osservatore distaccato può venire spontaneo chiedersi : perché interpretare il problema dei diritti a livello internazionale? A che serve parlare di diritto?Davvero ci interessa parlare di diritto? E’ importante il diritto? Servono a qualcosa i pareri sul diritto? E poi, quale diritto? Le guerre di dottrina, i cavilli di battaglia, gli ammassi di carte, le parrucche, i tribunali, le leggi, gli accordi, le mediazioni, quelle enormi campagne di Russia sui Diritti Umani e hanno veramente un interesse per noi persone? La questione è incredibilmente meno semplice di quanto possa apparire, e merita una (breve, ridotta, accennata) considerazione. Il mondo, ad oggi, si organizza attraverso gli Stati. Non esiste un’entità sovraordinata, effettiva e originaria; il sistema delle Nazioni Unite non lo è. L’Impero non lo era. Ci sono enti indipendenti, effettivi, che chiamiamo Stati: popolo, territorio e sovranità; sovrapposizione di germinazioni medievali (l’organizzazione), derive ottocentesche (il Popolo, sic Hegel) e quant’altro. Anche volendo depurare il problema da ogni connotazione ideologica o ideologizzante, resta una realtà: le persone del mondo non sono organizzate come esseri umani, ma come cittadini di un qualche Stato. Date unità cooperative ridotte e attriti che intercorrono tra queste, pensare i diritti a livello mondiale risulta difficile, lontano dalle enunciazioni di principio e dai forum internazionali. Potrebbero esserci persone e organizzazioni non disposte a condividere i diritti, e a proseguire in uno stato di sperequazione. Noi siamo tutelati nell’hortus conclausus del nostro sistema. Loro si trovano altrove e, salvo non si facciano accettare nel nostro ordinamento, hanno tutele altre. La diversità di trattamento tra essere umani ci garantisce maggiori approvvigionamenti di verdura, prezzi più contenuti per i capi di vestiario, predominio sulle politiche nazionali dei paesi in via di sviluppo, facilmente orientabili a via di moneta. Fuor di metafora, questo sistema ha funzionato benissimo per i Paesi del nord del mondo, almeno fino all’11 Settembre. Chi dice che gli uomini siano tutti uguali? Ci conviene che gli uomini siano tutti uguali ? L’individuo può anche avere esigenze di principio (morali, etiche, religiose), per le quali si sente tenuto ad attribuire una dignità ad ogni essere umano a sé simile. Volendo concedere una simile posizione, un occidente veramente liberale non dovrebbe forse essere contento di una competizione tra ordinamenti? Non dovrebbe essere la mano invisibile del mercato a muovere gli interessi delle persone, in luogo della bulimia legislativa degli ultimi cinquant’anni? Anche supposto che i diritti si possano interpretare su scala globale, e che qualcosa possa essere comunemente condiviso dalle persone, va considerato il come. Una sincera opera di pragmatismo deve considerare la realtà dei rapporti tra gli Stati, le tensioni, le rivalità, le aspirazioni. Il nostro non è un mondo pacificato. Non vi sono organi in grado di distinguere autoritativamente le situazioni (quasi tutta la giustizia internazionale è a base arbitrale). Proprio perché non tutti gli stati gestiscono relazioni pacifiche, ogni ingerenza negli affari di riservato dominio rischia di trascendere il carattere di opportunità per i cittadini, per divenire uno strumento di attrito. Poiché ad oggi il diritto viene dagli Stati e per gli Stati è amministrato, noi ad oggi non possiamo permetterci certi aspetti dei diritti umani. Manca l’autorità. I diritti umani (in generale) vengono oggi visti come portatori di obblighi erga omnes. Lungi dal costituire una tutela per il cittadino (che non saprebbe a quale organo appellarsi in caso di violazione), la predisposizione di questi strumenti può costituire nient’altro che un pericolo per la libera determinazione di ogni popolo. La guerra è umanitaria. Si esporta la democrazia. Possiamo davvero credere a queste affermazioni? I diritti presuppongono un organo in grado di garantirli. A che serve vantare una proprietà, se puoi non ci si può difendere dall’occupazione altrui? I diritti umani versano in una situazione non dissimile. E’ bello affermarli, ma poco si fa nel senso dell’applicazione: sono materie di dominio interno; in queste situazione si vede la crosta più dura e impenetrabile della Sovranità di un Paese. Lo Human Rights Council è forse in grado di garantire il diritto, un organo nel quale siedono Marocco e Cina, un organo che rivede i reports dei singoli stati, con scarsi poteri ispettivi? Uno Stato che disattende ai suoi obblighi, come e quando può essere punito ? Il sistema ONU dovrebbe (si sottolinea dovrebbe) garantire un minimo di imparzialità nelle relazioni dagli Stati. Ma è un sistema intrinsecamente debole, bloccato dalle possibilità dei veti e dai limiti della sua natura sostanzialmente inclusiva, e che non impedisce agli Stati Uniti di occupare mezzo Medio Oriente, che non impedisce all’Iran di perpetrare minacce verso Israele (e Dio[1] solo sa fin dove si arriverà), e al Segretario Generale delle Nazioni Unite di lamentarsi per la mancanza di soldati da inviare in Ruanda, paese evidentemente poco appetibile per gli sciacalli del pianeta. D’improvviso, persino le terribili parole della US National Security Strategy 2002[2], il famoso enunciato della guerra preventiva, sembra assumere una certa ragionevolezza, di fronte alla guerra di tutti contro tutti. Quella dei Diritti è insomma una Spada di Damocle che pende sulla testa di qualsiasi stato non Occidentale – qualsiasi Stato non in grado di imporre una propria onorabilità. E’ proprio in questo senso che mi interessa speculare sul diritto alla Salute, in un senso propriamente Internazionalistico. Nel senso di un diritto che fortunatamente ancora non esiste, almeno entro certi significati. Nessuno ovviamente gioisce per le epidemie di colera, per i morti d’AIDS, per le malattie infantili, gli effetti della denutrizione. Ma vale la pena analizzare le conseguenze che nel sistema attuale avrebbe l’affermazione di alcuni aspetti di questa aspirazione. Vanno analizzati in primo luogo gli strumenti attualmente in vigore nel sistema delle relazioni internazionali, con i propri limiti e con i loro vantaggi. Successivamente si può discutere degli effetti che un simile principio può - potrebbe - comportare.
Facciamo una precisazione: la promozione del diritto alla salute è un discorso che riguarda gli Stati, non i singoli cittadini. Gli individui sono beneficiari di posizioni giuridiche che non sorgono in capo a sé medesimi – almeno nella generalità delle situazioni. Ci sono una serie di convenzioni internazionali – La Convenzione contro la Tortura[3], le International Ethical Guidelines for Biomedical Research Involving Human[4] – che impongono agli Stati un obbligo risarcitorio rispetto agli individui – un obbligo che si attua negli ordinamenti interni, e che coinvolge le strutture giurisdizionali di questi e dunque un momento di attrito del sistema. Si tratta di eccezioni alla regola. Ad oggi non esiste un diritto azionabile che consenta al cittadino maliano o a quello statunitense di appellarsi a qualche organo per veder soddisfatto il proprio diritto. L’individuo non è mai soggetto del diritto internazionale, fatte salve eccezioni circostanziate come il sistema della Covenzione Europea dei Diritti Umani[5].
Altra questione coinvolge l’affermazione di un diritto alla Salute e la promozione del medesimo. Un discorso di diritto non può prescindere da una definizione della salus medesima. La costituzione dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS/WHO) promuove una concezione integrale di salute, intesa come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia". Questo impegna ogni Stato firmatario a promuovere non soltanto lo sviluppo del sistema sanitario, ma a costruire un ambiente in grado di fornire una ottimale condizione di vita di ogni singolo individuo. E’ per questo che gran parte degli stati del Sud del mondo non possono garantire de facto un diritto alla salute, ed è per la stessa identica ragione che il sistema di tutela dei Diritti Umani più avanzato al mondo sia proprio dei paesi Europei (l’angolo del mondo che forse ha meno bisogno di strumenti sovranazionali costruiti in tal senso). Siamo onesti. Buona parte degli Stati del Mondo non è in grado di garantire ai propri consociati un simile livello di condizioni.
Ancora. Secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 "Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona" (art.5), oltre a non poter essere sottoposto a trattamenti limitativi/ablativi della salute come la tortura. I Patti sui diritti economici e sociali (1966) evidenziano come “Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire” (art.12.1). Non justiceable rights: ecco il nodo della questione. Gli accordi internazionali pongono verso gli Stati contraenti obblighi di natura programmatica; questo perché di profilano obblighi di facere rispetto ai quali i Paesi non possono rispondere ultra vires. Una certa dottrina di parte anglosassone eccepisce che anche i cosiddetti obblighi di astensione (non facere) possono comportare oneri economici; tra i diritti civili, ad esempio, la possibilità di esprimere una preferenza politica impone i costi di gestione delle elezioni. Ma a questa posizione si può obiettare che le spese elettorali sono funzionali all’esistenza stessa dell’organizzazione, qualora questa si serva di un regime democratico; e nell’ambito di questa esperienza funzionale al vivere collettivo, l’accesso di ogni cittadino alla determinazione del governo si configura come il divieto di qualsiasi ius excludendi alios. L’astensione opera dunque in un momento successivo all’esercizio dello strumento-elezione: quello che si vuole sostenere non è l’imposizione delle elezioni (e delle spese che comportano), ma il divieto di esercitare una forza attiva per escludere qualcuno.
Al contrario dei diritti civili e politici, i diritti economici e sociali costituiscono esperienze programmatiche, e sono strutturati in maniera tale da non consentire una loro piena giustiziabilità. Quest’affermazione sembra smentita da una serie di più recenti pronunce delle corti internazionali, specialmente in maniera di diritto all’alloggio[6], ma l’attuale situazione non consente di riconoscere pieni, attivi e funzionali organismi di controllo, al di là di quelli rimessi alla buona volontà degli stati (es. Commissione per gli Stati firmatari del Patti 1966), soprattutto in caso di tutela della salute, e soprattutto a livello internazionale. Proprio nel momento in cui si interpreta il diritto alla salute nel senso estensivo di cui in capo alla Cost. OMS, si va incontro a una serie di prescrizioni la cui attuazione è necessariamente progressiva e indeterminata. La Salute come ambiente costituisce un obbiettivo progressivamente attuabile; uno scopo la cui riuscita è posticipata a una data imprevedibile, o che forse nemmeno è concepibile. L’occhio dello studioso vagli allora non tanto il raggiungimento di un dato fattuale indeterminabile, ma il percorso che le Istituzioni dello Stato portano avanti. L’esperienza italiana dell’articolo 32 è esemplificativa in merito, e ha visto la promozione di una tutela sempre più rafforzata, oltre all’analisi del rapporto tra titolare del diritto e sua disponibilità[7]. Si può trasferire questo percorso in uno schema di carattere internazionale ?
La creazione di un simile livello di responsabilità non può che reggersi su un sistema forte e autocratico; non a caso l’unica Organizzazione in grado di rispondere a una simile richiesta è l’Unione Europea. Solo un modello semi-confederativo come quello dell’Europa continentale può aspirare almeno a una regolamentazione uniforme della tutela della Salute, almeno come risarcimento del danno (Alpa)[8]. Una simile operazione va vista non solo nell’ottica dell’Europa “economica”, così come si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni, ma va interpretata nel senso più idealistico e politicamente orientato dell’istituzione. Una azione di questo tipo, in maniera non dissimile da quanto recentemente organizzato in tema di contratto di lavoro, consente di pensare seriamente, e ripeto seriamente a un sistema di diritto comune a 450 milioni di persone, a schemi legislativi e di tutela collettivi e interpretabili in maniera meno che univoca su un territorio complesso e diverso come quello che va dall’Almeria a Chorzow, da Tampere a Kos. E’in ultima battuta questa l’estrema aspirazione della vocazione internazionale per il diritto: l’estensione del diritto e della protezione al maggior numero di persone possibili, l’aspirazione all’unità delle tutela pure nella consapevolezza delle complessità degli ambienti e degli ordinamenti; in ultima battuta, l’aspirazione ad una vita e ad un ordine migliore; la lotta per il diritto.
Il discorso sulle tecniche internazionalistiche di tutela della salute è stato rappresentato attraverso convenzioni pure estesissime (es. Oms), ma pur sempre strumenti demandati alla volontà degli stati. Consideriamo però anche una innovazione del diritto internazionale dei recenti anni, e cioè la teorizzazione di un corpus di regole strettamente legato agli interessi e alle considerazioni del dato momento storico: un sistema di jus cogens. Questo sistema di norme, non sovraordinate, ma di grande forza passiva (=inderogabili). Il sistema è stato promosso dai paesi in via di Sviluppo e dal blocco Comunista a partire dagli anni ’50: consentiva di esprimere una piattaforma di regole comuni sulle quali basare ogni discorso . E’ innegabile che tra questi elementi di ius cogens figurino i diritti umani. Ecco dunque che gli stessi diritti teorizzati in sede convenzionale rientrano attraverso un sistema di natura consuetudinaria, che si impone nei confronti di tutti (=erga omnes) : il diritto alla salute esce quindi dalla porta e rientra dalla finestra (art.10 Cost, il “trasformatore permanente” di Perassi). Considerando la presenza implicita o meno di una simile norma nelle Costituzioni di tutto il mondo, otteniamo l’estensione del diritto alla Salute a livello globale? Sic: 1) L’individuo continua ad essere beneficiario ma non destinatario della norma. L’obbligo a livello internazionale continua a ricadere dunque rispetto agli Stati, per i quali vale il rispetto della consuetudine (consuetudo est servanda) 2) L’inadempimento di un obbligo erga omnes consente l’azione di ogni Stato a tutela dell’interesse leso, con gli strumenti di autotutela prima, e attraverso il filtro dello United Nations Security Council poi, con le decisioni previste all’capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Chi viola il diritto alla salute viola i Diritti Umani. E chi viola i diritti umani opera un illecito nei confronti di tutti i protagonisti della scena internazionale, e dunque induce una reazione; i mezzi e i metodi da impiegare sono oggetto di controversia. Senza scomodare l’Iraq , materia sul cui contendere forse non abbiamo la necessaria freddezza e la necessaria distanza per poter discernere, si guardi al caso dell’intervento NATO in Kosovo e Serbia nel 1999: un intervento che ha causato più morti di quanti ne avesse fatti la nazione violatrice. In quel caso si è addirittura parlato di un consenso a posteriori delle Nazioni Unite; e ciò in virtù del fatto che l’azione UN si è uniformata a quanto precedentemente fatto (attraverso l’uso della forza, bandito all’inizio della Carta delle Nazioni Unite; come ha avuto a dire Tom Franck, Who killed art. 2.4?[9]). Il sistema delle Nazioni Unite è debole; è un sistema che non ha impedito le guerre, pur nel merito di aver costituito un filtro importante in numerose occasioni. In un sistema stravolto, il diritto alla salute è un’arma in più nella faretra di chi se lo può permettere (i soliti noti): e allora meno male che il diritto non sia giustiziabile, e che fortuna che non si possa agire in autotutela collettiva rispetto alle violazioni del diritto alla salute[10]. Tanto per citare un obiettivo, lo Zimbawe è incredibilmente ricco di petrolio e risorse naturali, e ha una scarsissima assistenza sanitaria.
A modest proposal. Stante l’eccezionalità delle tremila parole che mi sono concesse (nella catena evolutiva del sistema universitario, l’autore di questo scritto occupa la posizione che nella vita reale spetta alla drosophila melanogaster[11], o moscerino della frutta), ci si permette un’incursione nelle terre vessate delle considerazioni personali, per offrire una modesta conclusione all’ancor più modesto contenuto dell’articolo.
I tempi non sono purtroppo maturi per parlare della salute come diritto, a livello soggettivo e a in senso privatistico (= risarcimento). Mancano le strutture, i tribunali e, probabilmente, una corretta impostazione teorica del tema. Vanno però considerate in questo quadro alcune eccezioni in casi eccezionali, come quello della tortura, con l’istituzione di strumenti appositi nelle normative nazionali e soprattutto, nell’esperienza dell’Unione Europea, si possono attendere, e anzi vanno pretesi, passi in avanti nel senso dell’uniformazione del diritto e dei sistemi risarcitori. Questo consentirebbe un trattamento univoco del romeno e dell’inglese, del portoghese e dello sloveno. Questo consentirebbe un passo in avanti come probabilmente mai visto nell’esperienza della tutela della salute a livello sovranazionale, e stimolerebbe l’attuazione dell’altra faccia del diritto alla salute: la promozione delle condizioni tali da promuovere la salute (…).
Continuiamo a parlare di diritto, nel senso degli obiettivi programmatici portati avanti dagli stati, senza ipocrisia, combinandoli con le aspirazioni dei paesi allo sviluppo. Ad oggi, forse, il nostro lessico non è in grado di esprimere meglio questi concetti. Andiamo avanti con la cooperazione, con l’incentivo, con le organizzazioni internazionali: l’Organizzazione Mondiale della Sanità può assolvere al compito di promuovere nel mondo condizioni di assistenza sanitaria migliori; ma si è detto che questa è sola una tessera del mosaico della salute. Cerchiamo di non combinare certa politica col diritto: è ciò non perché la cosa non sia auspicabile (senza diritto non c’è politica ma arbitrio; senza politica non c’è diritto ma interesse), ma affinché dal diritto alla salute non si impongano pretestuosi motivi di ingerenza. Affermare la portata globale dei diritti umani vuol dire anche compiere scelte nel senso dell’enforcement: questo vuol dire per un paese del nord del mondo perdere una parte della supremazia che li distingue ad oggi (e che deriva non dalla politica, ma dall’arbitrio, che è cosa diversa), e per un Paese del sud del mondo perdere la prima tra tutte le scusanti, cioè il non essere in grado di ottenere un certo risultato. Agire in questi termini però vuole anche dire meno pesi sulla coscienza per un cittadino del nord del mondo, e più cibo sullo stomaco per un cittadino del sud. Da questo punto di vista, è una win-win situation.
Bisogna cercare di promuovere il diritto alla salute nei sistemi nazionali di diritto. Questo vuol dire creare in ogni Paese la sovrastruttura in grado di garantire una salus globale dell’individuo. Vuol dire creare ospedali, ma anche tribunali e contratti di lavoro e ambienti vivibili. Un’impresa di non poco spessore, che potrebbe intrattenerci per i prossimi cinquemila anni.
[1] Uno a Vs. scelta. [2] NSS 2002, http://www.whitehouse.gov/nsc/nss/2002/nss.pdf [3] A/RES/39/46 10 December 1984. [4] Council for International Organization of Medical Sciences (CIOMS), 1993. [5] Council of Europe, Ets n.11, Prot.11 [6] B.Porter, The Justiciability of Social and Economic Rights: An Updated Appraisal, Human Rights Consortium, 2006 [7] P.Zatti, il Diritto a scegliere la propria salute, Studi e Opinioni, NGCC, parte seconda, CEDAM, 2000 [8] G.Alpa, La protezione della Salute e il risarcimento del danno alla persona in una prospettiva europea, in Responsabilità Civile e Previdenza, Giuffrè, 2005 [9] Thomas M. Franck, Who Killed Article 2(4)? or: Changing Norms Governing the Use of Force by States, The American Journal of International Law, Vol. 64, No. 4 (Oct., 1970), pp. 809-837 [10] Nello stesso senso v. R.Cook, ‘Guiding Humanitarian Intervention’, speech given to the American Bar Association, 19 July 2000 [11] Meiger, 1830 June 08 Sembra una crisi dell'immondizia; in realtà è filosofia.Forse i napoletani sono superiori; hanno capito che non vale tanto la pena sbracciarsi. May 15 Ipotesi e TesiI romeni sono le persone che abitano la Romania. Parlano una lingua molto simile all'italiano, perchè di ceppo latino. Sono stanziali credo da alcuni secoli dopo Cristo.
I rom sono una popolazione proveniente con alcune probabilità dall'India, in buona parte stanziale dall'800, diffuso un po' ovunque in Europa dal XII secolo.
Quanta gente lo sa? April 27 Un'altra giornata di football volge al declino......e anche se non e' nel mio stile, ci terrei a sottolineare un'intervento di Paolo Prestisimone di Repubblica,durante la diretta di Juventus - Lazio (5 - 2) :
[...]
[...] Questo e' grande giornalismo, siore e siori. April 23 Addenda.Grande emozione nella società per la scoperta di una gara sulle dimensioni dei propri organi erettili vicino Napoli, nella quale è stata rilevata la presenza di una professoressa quarantenne. Molte persone si sono scandalizzate e hanno invocato pene severe, ma io penso che si debbano invece elogiare questi giovani che si sono affidati per la regolarità della loro gara alla professionalità e alla competenza di un'operatrice qualificata, dimostrando grande senso di responsabilità.
a. Citizen \ Amico\ Presidente BerlusconiEh, lo so, è dura per tutti. Fatemi la cortesia di diffondere il video.
<embed id="VideoPlayback" style="width:400px;height:326px" flashvars="" src="http://video.google.com/googleplayer.swf?docid=-7507586179468920585&hl=it" type="application/x-shockwave-flash"> </embed> April 18 Taglia & CuciLa prima volta che l’aero tocca terra non hai idea di quello a cui vai incontro. La prima volta in cui passi i controlli e metti piede fuori dall’aeroporto e cerchi un treno per andare in centro non sai nemmeno come andrà a finire. Non sai quanto potrà essere divertente, e difficile, e intenso, e stressante, e utile. Ma c’è grande aspettativa. La prima selezione di un anno all’estero la fa chi sceglie di andarsene, chi sceglie di partire e lascia a casa le certezze, le sue cose, i cappuccini, e poi i martini, gli amici la sera, una ragazza. La prima scelta la fa chi decide che va bene riempire una valigia e andarsene, e vedere che succede. Certe volte in Italia la vita è asfittica. Certe volte le cose vanno tutte troppo bene, e la vita finisce ai margini di una stazione, o di una strada, o di un’aula universitaria. Certe volte c’è bisogno di partire. L’università di Warwick è un posto perfetto per ricominciare. O anche solo per prendere una pausa. Metà degli studenti viene da un posto che non è l’Inghilterra. La lingua però la parlano tutti, nessuno si imbarazza, la prima cosa da fare quando ci si presente e chiedere da dove si viene. La sera fa molto freddo, ma nessuno se ne importa; le feste si fanno con un computer e cinquanta persone che ballano - le case sono sempre vecchie e disadorne, e in un angolo un tavolinetto lercio si riempie di bottiglie di rum scadente e cocacola e patatine o appetizers. I professori parlano una lingua diversa; le lezioni hanno tutto un altro senso, i metodi all’inizio sembrano assurdi, le persone masticano tramezzini mentre qualcuno spiega. Il metodo è tutto, e qui è diverso. La gente ha un’altra maniera di guardare i libri, di impostare il lavoro. Qui nessuno studia da solo. Stanno tutti in cerchio, cercando di capire qualcosa, una virgola e un punto dopo l’altro, molti chiedono aiuto, qualcuno spiega. Certe volte il professore mette le sedie in circolo e si parla, in gruppi di dieci, quindici persone, c’è chi ha una buona idea, chi si lascia correggere. E’ una cosa molto stimolante. Perché si va in Erasmus? Perché è bello. Perché ci si veste male, e perché non si conosce ancora nessuno, e la gente parla una lingua diversa, e fa cose tendenzialmente strane. Si va in Erasmus per prendere i mezzi pubblici, e per farsi bastare i soldi. Si va perchè bastano due birre in lattina e un po' di pasta per fare una serata, e gli schermi dei computer sono mille cinema in poltronissima. All'estero si va perché alla fine ti chiamano compagno, nonostante tutto, nonostante i giornali e parlamenti, e si va fuori così adesso l'immigrato sono io. Si va fuori per scoprire come giocano a calcio i brasiliani. Come gli italiani, solo un po'meglio. Piccola Politica AnticaAlle ore 17.04, il prof. Rocco Buttiglione, commentando i primi risultati e le proiezioni elettorali, prostituisce il proprio partito, l'Udc, sempre nel nome dei valori, con la continuità che contraddistingue lo schieramento. |
|
|